“I figli sono delle madri”

Me lo dicevano spesso. Mia madre. Le amiche che avevano sperimentato la maternità prima di me.

Non ho mai dato molto peso a questa diceria. Finché non è arrivato il Covid-19 a stressare le nostre vite.

Certo, da quando sono mamma ho dovuto fare parecchie sottrazioni alla mia vita, meno straordinari, meno trasferte, meno coinvolgimento su progetti “accessori”. Ma da quando sono mamma ho anche sommato tanto alla mia vita, più amore, più esperienze, più mani appiccicose, più sorrisi.

Ed in ogni caso con una figlia di tre anni e mezzo stavo cominciando a riprendere in mano la mia vita.

Poi è arrivato il Covid-19. Abbiamo messo in pausa le nostre vite e io, come tante madri, sono diventata una mamma in smart working.

Ieri Conte ha parlato di nuovo. La famosa fase 2. Fior fiore di Commissioni, di tecnici ed esperti. Decreti. E ancora una volta nessun accenno ai bambini. Ai genitori che dovranno tornare a lavoro. Anzi sì, ha confermato che le scuole non riapriranno prima di Settembre ma che noi tutti piano piano, dal 4 maggio, torneremo ai nostri posti di lavoro.

Nonni fuorigioco, baby sitter troppo care o semplicemente troppo estranee da far venire a casa, bonus considerati dei veri e propri “pagherò” a sei mesi. E saremo costretti a fare delle scelte che parliamoci chiaro, nella stragrande maggioranza dei casi, significheranno madri a casa.

Ci sono molti padri responsabili che nella quarantena hanno dato e continuano a dare i loro contributo, ma non è una vera scelta quella delle famiglie sul rientro al lavoro. Semplicemente torna a lavoro chi guadagna di più, chi contribuisce maggiormente al sostentamento famigliare: il 95% delle volte gli uomini (ma quello della parità di genere e di salario è un discorso che affronteremo in separata sede).

La Azzolina dice che va tutto bene e le 15 o più task force istituite per la gestione dell’emergenza non sono riuscite a mettere sul tavolo una proposta dedicata ai più piccoli. Solo in un paese come questo si poteva pensare di riaprire i luoghi di lavoro prima di riaprire le scuole e gli asili. E così ancora una volta tutti i compiti di accudimento e di cura che lo Stato non riesce a svolgere vengono scaricati sulle famiglie.

Mai nella mia vita avrei immaginato che saremmo tornati all’epoca del Patriarcato. Mi sembra di essere tornata agli anni ’50, mi trasformerò in una moderna Mrs. Maisel, farò una squisita punta di petto e mi iscriverò ad uno di quei gruppi delle mammine pancine per avere consigli su come mantenere la mia casa o far felice mio marito (peccato solo che i parrucchieri riapriranno il 1 giugno, non sono molto brava con la messa in piega).

Anni di lotte di emancipazione femminile buttati al cesso.

Leggevo di una proposta fatta dal Sindaco di Ravenna, Miche De Pascale, alla Regione Emilia-Romagna e al Governo: riaprire le scuole partendo da nidi e materne (con bambini divisi in piccoli gruppi) e sfruttando gli spazi all’aperto, utilizzando anche i musei che ne sono provvisti. Il tutto pensato e ragionato sulla minimizzazione del rischio, visto che l’azzeramento è da ritenersi impossibile almeno sino a quando non avremo un vaccino, d’altronde si chiama fase 2 e convivenza con il virus, giusto? Ma nel frattempo bisognerà pur tornare a vivere. Un esperimento quindi che dovrebbe servire a capire come organizzarsi per riaprire, in un secondo momento, i centri ricreativi estivi e infine il ritorno sui banchi a settembre.

“Dobbiamo stare attenti a non sacrificare sull’altare del distanziamento sociale anni di lavoro contro le discriminazioni e sul diritto al lavoro. All’interno di una coppia in difficoltà per il fatto che le scuole rimangono chiuse, non vorrei si sacrificasse il coniuge che guadagna meno, o si desse per scontato che a rimanere a casa saranno le donne”.

Allora le persone con un minimo di buon senso esistono ancora. Chissà che non se ne prenda spunto.